Muri, argini e leader positivi

L’espressione “alzare un muro”, di solito, non mi fa una grande simpatia: i muri dividono, isolano, staccano, separano. Quante volte costruiamo barriere invisibili, per paura di essere feriti o giudicati, e, così facendo, generiamo nemici là dove, forse, potevano nascere amici? Tuttavia, come sempre, la faccenda ha luci e ombre: quando erigiamo un muro, scegliamo sì chi lasciar fuori, ma decidiamo anche, a ben pensarci, cosa vogliamo tenere dentro.

Nella storia, le mura non sono solo simbolo di divisione o ostilità: avevano il compito di difendere la comunità, di custodire un’identità condivisa, di garantire sicurezza agli abitanti. Alzandosi all’ombra delle proprie mura, ci si poteva sentire protetti, ma anche parte di qualcosa di più grande: un “noi” da preservare. Quelle fortificazioni avevano un doppio volto: difendevano, sì, ma invitavano anche a costruire relazioni solide al loro interno, a sentirsi responsabili gli uni degli altri. La vera forza della comunità era data da chi abitava quello spazio protetto, non dalla paura del nemico comune.

Si fa presto a dire che “non bisogna alzare muri”, ma sono muri anche gli argini, e salvano vite e raccolti. Ergersi a difesa di qualcosa significa riconoscerne il valore. Lo faremmo per qualcuno che amiamo, eppure a volte non ci sentiamo in diritto di farlo per noi stessi: e mascheriamo da disponibilità e accoglienza la paura di essere rifiutati, la paura di non essere abbastanza, la paura di non valere la pena di difenderci. Anche a questo occorre fare attenzione: a volte difendersi è amore per se stessi, è rispetto per la Vita, è una cosa buona e giusta.

Nel tempo, però, quella stessa difesa può trasformarsi in un confine invalicabile. La paura dell’altro si insinua silenziosa, erodendo la nostra capacità di aprirci: per timore del diverso, finiamo per preferire una solitudine protetta al rischio dell’incontro. Qui nasce l’individualismo, il pensiero che, “se mi basto, non devo più dipendere da nessuno”… Peccato che l’individualismo sia una moneta che vale davvero poco al mercato della felicità: è la relazione, il sentirsi accolti, che ci fa star bene davvero.

Escludere e temere, ma anche lasciar entrare per paura, sono scelte che nascono da mancanza di fede nella Vita, da ferite non rimarginate o da racconti interrotti. Al contrario, includere, appartenere e prendersi cura sono frutti del coraggio: il coraggio di accogliere ciò che non si conosce (anche di sé!), di rischiare una parola in più, di condividere una parte. Mantenendo la consapevolezza che dentro ciascuno c’è un tesoro: da scoprire negli altri, da custodire in noi stessi, da rispettare in tutti. È un equilibrio sottile: avere il coraggio di aprirsi, ma anche la lucidità di sapere quando è il momento di proteggersi.

Questo percorso di consapevolezza e di amor proprio è il lavoro di una vita, ma è particolarmente necessario nell’adolescenza. Avete presente Jovanotti? “Vorrei passare dai 10 ai 30 per non subire questa tortura/ il primo amore/ la prima casa/ dover vestire quest’armatura…”: perennemente in bilico tra il desiderio di appartenere e la paura di essere giudicati. In quegli anni, i muri possono sembrare l’unica via per non soffrire, ma rischiano di isolarci proprio quando avremmo più bisogno di essere accolti. Imparare a riconoscere i propri muri, a chiamarli per nome, ad accettarli, può essere un primo passo per decidere se, e quando, rinunciarci.

In Alicubi cerchiamo di accompagnare gli adolescenti in questo funambolico esercizio. Il campus dell’estate 2026, per esempio, ha scelto di chiamarsi “No Kings”: per sperimentare il rischio e la fatica di costruire insieme, senza per forza scegliere tra prepotenza o sottomissione, tra silenzio o tirannie. Non si tratta solo di abbattere muri, ma di imparare a scegliere cosa custodire. Si tratta di proteggere la ricchezza della diversità come alternativa a chi dice che si può solo imporsi o subire. Si tratta di contemplare la terza via tra urlare o tacere, cioè avere una voce.

Sarebbe meraviglioso se, a tutti i livelli, la leadership fosse vissuta come un’occasione per favorire la crescita, propria e degli altri: forse non possiamo evitare di costruire muri, ma possiamo scegliere se usarli per separare o per custodire, se lasciarci guidare dalla paura di essere invasi o dal desiderio di appartenere e prenderci cura. Basta ricordarsi di far entrare la luce. Tra muro e pericolo, possiamo scegliere la porta. Anzi, di più: possiamo essere la porta.