Non va bene tutto, e non va tutto bene

Mi avete sentito dire, in milioni di modi diversi, che ogni cammino è sacro, che non dobbiamo mai metterci nella posizione di giudicare gli altri, che dobbiamo ricordarci che siamo piccoli nei confronti della Vita, e che la Vita stessa ha una saggezza che si compirà, andando comunque verso il Bene. È così. Ne sono convinta. Tuttavia di recente sento, tra le persone che incontro, un crescente, condiviso bisogno di “ristabilire due o tre cose”, diciamo. Perché mantenere un atteggiamento di fiduciosa accoglienza verso gli accadimenti della vita e i comportamenti delle persone, non significa perdere il senso del Bene e del Male.

Negli ultimi decenni, abbiamo vissuto un cambiamento profondo nell’idea di morale comune. C’è stata un’apertura, più multiculturale e inclusiva, che rappresenta certamente una conquista: abbiamo imparato ad abbracciare prospettive nuove, a riconoscere il valore delle differenze, a integrare mondi prima lontani. È una tappa evolutiva, personale e sociale, che non dovremmo neanche pensare di rinnegare.

Tuttavia, c’è un punto oltre il quale bisogna dirlo: non tutto è opinabile, non tutto è giustificabile, non tutto è accettabile. Siamo circondati da atti di guerra e da una crescente aggressività nei comportamenti pubblici: leader mondiali che non esitano a usare il linguaggio della minaccia e della prepotenza. Politici che invitano i propri sostenitori a “combattere” contro risultati elettorali sgraditi. Una specie di bullismo internazionale in cui la forza prevale sulla diplomazia. Il dissenso soffocato con la violenza: anche nella “più grande democrazia” del mondo, a dimostrazione che la tentazione di violare le libertà fondamentali non è appannaggio esclusivo di regimi autoritari. È all’ordine del giorno, e perfettamente normalizzato, che i personaggi pubblici si esprimano in modo sarcastico o sprezzante, favorendo dibattiti aggressivi sui social e sulle piattaforme. Nella cosiddetta “manosfera”, il reazionismo a un presunto strapotere femminista legittima un linguaggio violentissimo e terribilmente pericoloso nei confronti delle donne. E non sono comportamenti lontani, messi in atto da poche persone con molta visibilità: è un clima diffuso, in cui atteggiamenti inaccettabili, anziché essere isolati, vengono piuttosto polarizzati in una divisione sempre più sterile tra chi li rivendica come identitari e chi li rifiuta senza capirli. Ma cos’è successo? Come siamo arrivati a questo punto?

Naturalmente è un discorso molto complesso, a cui provo soltanto a proporre un piccolo contributo, mossa dalla convinzione che, in questo scenario, diventa urgente parlare. Dire che no, non va “bene tutto”. Chiedersi se non sia lecito – e perfino doveroso – invocare un po’ di puro, vecchio, caro “buon senso”. E cioè affermare, con semplicità, che alcune cose sono sbagliate. Diventa importante non far mancare la propria voce, per quanto piccola. Lo insegniamo ai bambini, lo sappiamo da sempre: non è accettabile rubare, invadere, minacciare, fare i prepotenti. Trattare male gli altri e l’ambiente in cui viviamo non è un diritto o una forma di libertà: è sbagliato. Ritrovare questo principio non significa regredire a un moralismo sterile, che alimenta ipocrisia e divisione, ma accogliere una verità necessaria alla convivenza umana.

Non si tratta di superiorità morale, naturalmente, ma di ascolto dell’anima profonda, del bisogno più autentico della natura umana. E anche di pragmatismo: perché giustizia, gentilezza e pace sono gli unici strumenti concreti per costruire una società più sana per tutti. Sono valori universali, presenti in tutte le culture: il rispetto dei nativi americani per la natura e la vita, la gentilezza del taoismo, l’amore cristiano per il prossimo, la fraternità della rivoluzione francese, la saggezza tolteca e sciamanica che invita a vivere con integrità e a essere custodi della comunità. Sono valori universali. Preculturali. Prettamente umani. Per questo non può essere né sbagliato né retorico ribadirli.

Già nel 2000, il famosissimo sociologo Zygmunt Bauman metteva in guardia dai rischi della “società liquida”, in cui l’individualismo e la precarietà finiscono per annacquare ogni senso etico. Intellettuali nostrani come lo psicologo Umberto Galimberti hanno spesso notato come il relativismo rischi di tradursi in “indifferenza etica”: se tutto è relativo, niente è davvero importante. Altre voci, come il filosofo statunitense Kwame Anthony Appiah, hanno già tentato una sintesi, parlando di “etica cosmopolita”, dove il dialogo e l’ascolto reciproco si affermano come unica via per integrare e rispettare i valori altrui, senza annullare i valori universali.

Naturalmente, quella dell’ascolto profondo e aperto, di sé stessi e degli altri, è per me la via maestra. Nel coaching umanistico, la giustizia e l’amore sono le virtù che aiutano le persone a trasformare le relazioni. Lavorare su questi valori non è utopico, ma estremamente concreto: significa scegliere, ogni giorno, la gentilezza e l’equità, e contribuire a una società dove ciò che è “giusto” e ciò che è “sbagliato” non sono opinioni mutevoli, ma fondamenti della convivenza. Ritrovare il buon senso è un atto di coraggio e responsabilità, il primo passo per una trasformazione autentica, personale e collettiva.