Quel modo quasi magico in cui una costellazione familiare, anche quando non ti riguarda, ti riguarda.

“Il destino ti aspetta sulla strada che hai fatto per evitarlo”, mi dice sorridendo N., alla fine di un pomeriggio di costellazioni familiari che ho appena guidato. N. ha fatto parte di questo cerchio di donne che si sono ritrovate qui, oggi, riunite “casualmente” senza conoscersi, e sceglie questa frase per commentare una cosa che, più o meno, stanno pensando tutte. Come molti altri, N. aveva aderito al pomeriggio di costellazioni spinta dalla curiosità e da qualcosa di più profondo, ma difficile da spiegare: però aveva anche deciso di rimanere in osservazione, senza esporsi troppo, rinunciando a indagare la domanda che la pungeva. Poi è stata chiamata a fare da rappresentante nella costellazione di qualcun altro, e si è trovata a lavorare esattamente sulla questione che non aveva voluto porre. Per conto di qualcun altro. O forse no.
“Il destino ti aspetta sulla strada che hai fatto per evitarlo”: pare sia un bel proverbio arabo, ma sarebbe piaciuto anche al tedesco Bert Hellinger, padre delle costellazioni familiari e ispiratore di questo metodo. Se avete mai partecipato a una costellazione familiare come rappresentanti, senza conoscere la persona che ha chiesto di esplorare, sapete di cosa stiamo parlando. È un’esperienza che molti descrivono come “magica”, ma gli incantesimi non c’entrano: sembra “magica” perché rimane sempre un po’ inspiegabile, ma si basa sulla profonda connessione tra gli esseri umani, un terreno comune di emozioni ed esperienze che ci unisce, anche senza saperlo.
Le costellazioni familiari, ideate da Bert Hellinger, sono uno strumento potente per portare alla luce le dinamiche nascoste all’interno di un sistema familiare, e si basano su principi universali di appartenenza, ordine e equilibrio. Hellinger stesso affermava: “Quando qualcosa viene visto, già inizia a trasformarsi”. Ma cosa succede quando si è rappresentanti, chiamati a “indossare” le emozioni di qualcun altro?
Quando si prende parte a una costellazione familiare come rappresentanti, ci si trova a vivere sensazioni, pensieri e movimenti che non appartengono alla nostra storia personale. Eppure, spesso queste emozioni ci parlano, toccano corde profonde dentro di noi, e possono arrivare a portare chiarezza e guarigione anche alle nostre vicende personali.
Questo fenomeno non è casuale. Hellinger sosteneva che “siamo tutti parte di un campo più grande”. Partecipando, ci si immerge in questo campo, che trascende i limiti personali e si collega alle storie di tutti. È proprio qui, in questo spazio, che emergono intuizioni e comprensioni che forse non avremmo immaginato altrimenti, e che possono arricchire il nostro percorso emotivo e umano.
Il nome di uno dei maestri a me più cari, Gabriele Policardo, molto noto nel mondo delle costellazioni familiari, richiama ai suoi eventi una partecipazione molto numerosa. Una delle domande che Gabriele si trova a ricevere più spesso è: “Ma, tra tutte quelle persone, avrò modo di fare anch’io il mio lavoro personale?”. “Posso solo rispondere – scrive Policardo – che le costellazioni sono uno strumento di aiuto all’anima, che ha un effetto profondo, vasto, e un raggio d’azione non solo personale, ma sistemico. Nel gruppo, ciascuno lavora per tutti: non c’è più un piccolo Io, ma un grande Noi. Perciò, a nessuno dei partecipanti viene data la garanzia, che in molti richiedono, di ricevere la propria costellazione. Ma tutte le costellazioni sono di ciascuno e del gruppo intero. Si lavora quindi in ogni singola costellazione, ricevendo spesso di più da quelle altrui che dalla propria. Chi è ancorato, legato alla propria idea di problema, potrebbe rimanere deluso che non gli sia stato concesso di parlarne. Ma niente di ciò che ci mette in difficoltà è solamente nostro: appartiene al sistema da cui proveniamo ed è nella profondità dei legami sistemici che si può trovare una soluzione. Questo richiede fiducia e responsabilità, unite alla capacità di lasciare le comodità del nostro Io e affidarci all’antico sapere che risiede in noi e nel Noi”.
Dopo aver partecipato a una costellazione, quasi sempre ci si porta via qualcosa che all’apparenza non riguardava direttamente la nostra vita. Può essere una nuova consapevolezza, un’emozione che ci invita a riflettere, o persino una risposta a un problema che avevamo messo da parte. Questo accade perché, anche quando sembra che la costellazione non ci riguardi, in realtà ci riguarda. Le storie degli altri spesso risuonano con qualcosa che è nel nostro inconscio o nella nostra esperienza, e la partecipazione diventa un’occasione di crescita anche per chi aveva scelto di limitarsi a “osservare”.
Se ci si avvicina alle costellazioni familiari con apertura di cuore, si scopre che ogni rappresentazione è un piccolo viaggio. Non importa se non conoscete la persona che ha chiesto la costellazione o i dettagli della sua storia: il campo delle costellazioni agisce a un livello profondo, dove le parole non bastano, e il cuore comprende.
Quando una persona viene chiamata come rappresentante, le chiedo sempre di confermare la propria disponibilità: perché è un ruolo che richiede fiducia. Fiducia nel processo, ma anche in se stessi e nella propria capacità di accogliere ciò che emerge. “La vita ci dà sempre quello che serve per il prossimo passo”, ci ricorda Bert Hellinger, ma anche per accogliere il dono c’è un tempo, e bisogna essere pronti. Io per prima, come guida, devo assicurarmi di poter accogliere questa esperienza con il cuore aperto. Tra me e le storie che emergono c’è sempre un ponte invisibile, fatto di emozioni condivise e intuizioni che illuminano nuovi percorsi. È quel ponte il luogo dove, quasi magicamente, anche una costellazione che sembra non riguardarci finisce per riguardarci.
Le costellazioni familiari, con il loro modo unico di svelare, ci insegnano che siamo tutti connessi, secondo un concetto molto caro anche al maestro Carlos Jesus Castillejos. Quando ci si immerge nel campo delle costellazioni come rappresentanti, ci si dà quindi la possibilità di esplorare, scoprire e crescere. Perché, che si tratti della strada nostra o di quella di un’altra persona, il viaggio è sempre collettivo, e ogni passo ci avvicina a una comprensione più profonda di noi stessi e degli altri. Si tratta di vedere ciò che è, lasciarsene toccare e trasformare. Perché, come diceva Hellinger, “solo chi accoglie, può fiorire.”