A volte ci ritroviamo come marinai davanti a una cima aggrovigliata: la mareggiata del tempo e delle esperienze ha strapazzato le nostre corde così tanto, che sembra impossibile sciogliere i nodi senza rompere tutto. Del resto, molti di noi – a scuola o magari in qualche importante riunione aziendale – hanno sentito parlare del proverbiale “nodo gordiano”: la leggenda narra che nell’antica città di Gordio, capitale della Frigia, fosse custodito un nodo di origine divina, apparentemente impossibile da sciogliere, che legava il giogo al timone del carro di Zeus. Secondo la profezia, chi fosse riuscito a scioglierlo, sarebbe diventato re di tutta l’Asia: una specie di “spada nella roccia”, insomma, che attendeva un uomo abbastanza saggio e capace da risolvere l’inghippo. Quell’uomo si presentò in Alessandro Magno, che un bel giorno, trovatosi davanti al nodo, …. estrasse la spada e senza tante cerimonie lo tagliò di netto. La leggenda ci è tramandata per celebrare la forza di Alessandro Magno, la sua presunta mascolinità risolutrice, e con essa la capacità di strappare ciò che non riusciamo a dirimere: viene citata, di solito, per invitare a “darci un taglio”, per l’appunto, a risolvere una questione in modo pragmatico e deciso, senza perdersi in elucubrazioni tortuose. Ma è proprio così?
I nodi sono lì per un motivo. Sia in mare sia in montagna, ogni nodo sulla corda rappresenta una sicurezza, ma anche un possibile intralcio se dimenticato o trascurato. Se non lo sciogliamo, rischiamo di inciampare proprio nel momento in cui siamo pronti a scalare nuove vette o spiegare le vele. I nodi sono i punti in cui la nostra storia ha fatto resistenza, dove il passato si è fermato e la nostra energia non scorre più libera. Eppure. Se è vero che “è dalle crepe che entra la luce”, anche i nostri nodi possono essere spiragli, fessure da cui può entrare la consapevolezza, purché abbiamo il coraggio di osservarli da vicino. Chi mi conosce non ne sarà sorpreso, ma personalmente non credo che il “metodo Alessandro Magno” sia l’unico possibile: di solito, la soluzione non è un unico gesto perentorio, ma piuttosto uno sguardo nuovo, con cui scegliamo di affrontare il groviglio.
Ogni nodo, per essere sciolto , va anzitutto riconosciuto. È il primo passo: guardare senza paura dove il filo della nostra vita si è attorcigliato, senza giudicarci, ma con la tenerezza di chi sa che ogni nodo racconta una storia e spesso custodisce un volto. Il volto e la storia di chi ci ha preceduto e, forse, è stato escluso dal sistema. Ma perché – potremmo chiederci – perdere tempo ed energie a sbrogliare matasse ormai vecchie, anziché guardare avanti e basta? Secondo l’approccio delle costellazioni familiari, che, come sapete, sono uno degli strumenti di cui mi avvalgo nel mio lavoro, la possibilità di escludere e dimenticare, tagliando i ponti col passato, non soltanto non funziona, ma più propriamente non esiste. Finché non ne prendiamo consapevolezza e non li accogliamo, i nodi irrisolti nel nostro cuore avranno il potere di condizionare le nostre scelte, le relazioni, perfino la nostra percezione del futuro. Li chiamiamo “irretimenti”: fili invisibili che ci ancorano al passato, a dinamiche familiari, a storie che sembrano non appartenerci più ma invece continuano a guidarci come un vento contrario. Forse sarà capitata anche a voi la sensazione di girare in tondo, come una barca che non riesce a salpare perché la cima è ancora fissata al molo: è il segno che un nodo attende il nostro sguardo consapevole. Quando riconosciamo questi blocchi e li sciogliamo, invece, la nostra energia torna a fluire. Ed è come slegare finalmente la barca: l’orizzonte si riapre, le acque si fanno possibilità, il viaggio riprende con rinnovata leggerezza.
Le costellazioni familiari, soprattutto nell’approccio spirituale del mio maestro Gabriele Policardo, diventano una bussola preziosa per chi vuole liberarsi dai propri nodi e avvicinarsi a nuove vette interiori. Questo lavoro ci mette in ascolto profondo, ci aiuta a riconoscere irretimenti e fedeltà invisibili, a superare con gratitudine ciò che non ci è più utile. Non si tratta di aggiustare qualcosa – o, peggio, qualcuno – ma di comprendere, accogliere e includere ciò che è stato dimenticato. “Ricordare”, nell’etimologia latina, significa “riportare al cuore”: e noi “riportiamo al cuore” quando restituiamo attenzione e importanza a ogni parte della nostra storia, senza più negarlo. È attraverso questo movimento dell’anima che, finalmente, il nostro cuore si libera, lasciando scorrere l’Amore.
Ciò non significa che tutte le nostre relazioni miglioreranno di colpo, come per magia. Niente spada di Alessandro, dicevamo: ma l’azione lenta e dolce di uno sguardo nuovo. Tenendo presente, tra l’altro, che possiamo affrontare soltanto i nodi che appartengono a noi. Come dice il maestro dei maestri, Bert Hellinger, “ogni persona ha diritto al proprio destino e al proprio posto all’interno del sistema”. È un invito al rispetto profondo, e un monito a non provare a sciogliere i nodi degli altri, per non creare grovigli ulteriori. Solo lavorando sui nostri fili e sulle nostre responsabilità, possiamo costruire relazioni più vere e libere, più sane e leggere, autenticamente “riconciliate”, all’insegna di una nuova Pace, interiore e poi interpersonale.
Tutti questi temi sono al centro del mio lavoro e, più in particolare, del percorso che sto portando avanti attraverso una proposta di incontri di gruppo. Se sentite che qualche nodo attende il vostro sguardo, potete considerare di unirvi al mio cerchio: sarà un viaggio di ascolto, rispetto e risveglio, dove ognuno e ognuna di noi potrà ritrovare il filo della propria autenticità. Per camminare insieme con cuore aperto, sguardo ampio e passo leggero.

