In un’epoca in cui l’individualismo spesso prende il sopravvento, riscoprire la bellezza della connessione è un atto rivoluzionario, oltre che profondamente umano. Le relazioni sono il filo invisibile che ci unisce al mondo, la trama che sostiene la nostra crescita personale e il nostro cammino di vita: ogni incontro ci trasforma, ci arricchisce, ci invita a scoprire parti di noi stessi che ignoravamo.
Nessuno di noi esiste “da solo”. Siamo parti di un sistema, frutti del nostro Albero, cellule di un organismo più grande: il senso di appartenenza ci nutre, ci dona radici e ali. Ma le nostre stesse relazioni non sono mai solo “nostre”, non dipendono esclusivamente da noi: possiamo, piuttosto, considerarci partecipi di una rete che ci collega agli altri e all’Universo. Ogni parola, ogni gesto e ogni sguardo contribuiscono a un progetto più grande di noi, di cui riusciamo a vedere solo una parte. In questo senso, ogni relazione è anzitutto un dono, spesso imprevedibile, che ci insegna a guardare il mondo con occhi nuovi. E, quando accogliamo ciò che la vita ci dona, è la gratitudine a farsi strada spontaneamente: ci rendiamo conto che cresciamo non solo “con” gli altri, non strumentalmente “attraverso” gli altri, o addirittura – come a volte abbiamo l’arroganza di pensare – “nonostante” gli altri. Noi cresciamo sempre “grazie” agli altri. Secondo una bella definizione di Jean-Baptiste Massieu, uno dei teorici della Rivoluzione Francese, “la gratitudine è la memoria del cuore”: come dire che si possono anche rammentare i torti, sì, ma, nella sua forma più nobile e vera, la memoria si fa riconoscenza. Ci permette, cioè, di riconoscere anche il valore di chi ci è accanto, di accoglierlo senza giudizio, sapendo che è impegnato a camminare a modo suo nella nostra stessa direzione. Se riusciamo a fare questo, ad applicare questo sguardo sulle nostre relazioni, da quelle originarie con i genitori a quelle che coltiviamo da adulti, ecco che cresciamo e diventiamo più umani, mettendoci nella condizione di comprendere e di essere compresi.
Perché, mentre tutto concorre al Bene, ogni persona percorre una strada unica: il rispetto profondo per il viaggio dell’altro è segno di generosità e benevolenza, è un atto d’Amore sempre coronato dal desiderio di veder fiorire la libertà. “Cammina accanto a me come mia stella, non come mia ombra,” diceva Alda Merini.
Naturalmente, non è tutto rose e fiori. La nostra esperienza umana ci mostra che le relazioni attraversano inevitabilmente momenti di crisi e trasformazione. Perché succede? E cosa dobbiamo fare se ci capita? Il mio maestro Gabriele Policardo, nel suo libro “Io sono d’oro”, usa una metafora illuminante: il paradosso dei gemelli di Einstein. Questo paradosso consiste nell’immaginare due gemelli di cui uno resta sulla Terra e l’altro parte per un viaggio nello spazio a velocità prossime a quelle della luce. Al ritorno, il gemello viaggiatore risulterà più giovane di quello rimasto sulla Terra, perché il tempo si dilata in funzione della velocità. “Le persone impegnate in un percorso di crescita, consapevolezza e guarigione cambiano molto rapidamente, attraversando il loro tempo senza scorciatoie – scrive Policardo – Si espandono, si evolvono, entrano in un mondo più grande, con orizzonti nuovi. Coloro che restano indietro, domandano: chi sei? Proprio come se il tempo per loro si fosse congelato in un’astronave sicura”. A questo punto, le relazioni possono entrare in crisi, provocando delusione e sofferenza: succede se gli ingredienti della relazione non erano sufficienti a nutrire la nuova versione di noi. Restare a rimuginare, però, serbare rancore, o arrogarsi il diritto di giudicare chi non ha compiuto il nostro stesso percorso, rischia di essere una nuova trappola: una specie di nostalgia di ciò che noi stessi ci stiamo lasciando indietro, una esitazione inutile, una zavorra che ci impedisce di completare il nostro percorso.
Accettare il cambiamento, lasciar andare rancore e giudizio, è la chiave per fluire nella Vita. La trasformazione personale passa attraverso la capacità di accogliere ciò che accade, senza irrigidirsi, alla ricerca di un equilibrio che permetta di restare fedeli all’essenza ma, contemporaneamente, di lasciar andare ciò che non ha più nulla da dirci.
Quando parliamo di relazioni, corriamo spesso il rischio di intenderle in maniera un po’ miope, fissandoci sulle dinamiche particolari, o addirittura sui singoli fatti, che intercorrono tra noi e un’altra persona. Ma non possiamo dimenticare che, alla base di ogni relazione sana, c’è la relazione primaria con la Vita e, di conseguenza, con sé stessi come persone che della vita hanno ricevuto il dono. Le relazioni sono specchi e palestre: ci troveremo sempre quello che ci mettiamo. Troveremo, anzi, quello che più o meno consciamente stiamo cercando. E a volte nemmeno come singoli individui, ma come eredi ed espressioni di un sistema. Da questo punto di vista, le costellazioni familiari sono uno strumento potente che come sapete utilizzo nel mio lavoro: esse ci mostrano quanto siamo intrecciati e connessi con il nostro sistema di appartenenza, e ci educano al fatto che prendere coscienza di ciò che siamo è il più profondo atto trasformativo, con effetti concreti su tutte le relazioni e sull’intero contesto in cui ci muoviamo.
Ho inserito il tema delle Relazioni nel più ampio percorso che sto dedicando al “costruire la pace”, una questione irrimandabile in questi nostri tempi segnati dall’odio, perché la pace non è mai solo assenza di conflitto, è presenza viva dell’Amore. È il risultato di piccoli gesti, di parole gentili, di ascolto autentico, di accettazione attiva, nelle nostre relazioni di ogni giorno. Credo fermamente che questo approccio, accogliente e inclusivo, diretto e personale, sia l’unico davvero efficace. Noi non possiamo considerare la pace come qualcosa di desiderabile ma astratto, che viene deciso dai “potenti del mondo” in qualche stanza dei bottoni lontana da noi; la Pace vera è antitetica al potere, ha piuttosto a che fare con l’Amore, e per questo dipende da noi e dal nostro modo di coltivare buone relazioni ogni giorno.
Ma quali sono le relazioni “buone”? Come riconoscerle? Un modo abbastanza infallibile è che l’Amore tende a espandersi: non chiederà mai di rinunciare a parti di sé, a opportunità di crescita, a relazioni con altri. Le relazioni buone, in genere, non pronunciano ultimatum: tendono a integrare e a far tesoro del nostro passato, dei nostri talenti, della pluralità dei nostri rapporti. Le relazioni buone sono pazienti e non giudicanti: anche, e prima di tutto, quando parliamo di buone relazioni con noi stessi. Le relazioni buone sono quelle in cui la nostra Vita si apre. Mi affiora una canzone che Fiorella Mannoia ha interpretato con intensità qualche anno fa. Diceva così: “Che sia benedetta: per quanto assurda e testarda ci sembri, la Vita è perfetta. Per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta”. A volte il cuore del mondo batte anche nella musica pop…

