No Kings (ah beh, sì beh…)

Forse dovevamo ascoltare meglio Jannacci, quando cantava con la sua voce sgangherata “Ho visto un Re…”: quel testo, del Nobel Dario Fo, diceva già tutto sull’avidità del potere, sull’istinto di prevaricazione e sul bisogno di prendersi molto sul serio, specialmente quando è troppo difficile guardarsi dentro. O dovevamo leggere forse “Il Dittatore” di Gianni Rodari: «Un punto piccoletto, superbo ed iracondo, “Dopo di me” gridava “verrà la fine del mondo!”. Le parole protestarono: “Ma che grilli ha pel capo? Si crede un Punto-e-basta, e non è che un Punto-e-a-capo”. Tutto solo a mezza pagina, lo piantarono in asso; e il mondo continuò, una riga più in basso».
Le autrici e gli autori ispirati, capaci di parlare della mitezza come un valore, e di seppellire il potere arrogante sotto una valanga di garbata ironia, non sono mai mancati. Eppure. Eccoci qua. A sentir parlare ancora di “far scomparire un’intera civiltà in una notte”. Di “nemici da domare con il fuoco”. A vedere ministri umiliare manifestanti inginocchiati. Come è successo? Come mai la Storia non ci ha insegnato niente? E come si educa, oggi, in un mondo in cui la prevaricazione, il tifo, l’aggressività e la semplificazione sembrano essere i modelli vincenti?
Siamo pronti a stracciarci le vesti di fronte al bullismo, ma dobbiamo essere onesti: viviamo in un mondo in cui i comportamenti “da bullo” sembrano premiare. E allora il bullismo non è solo un comportamento da condannare, ma anche un sintomo da comprendere. Il comportamento va fermato, certo, il danno va riconosciuto e chi subisce va protetto; ma, se vogliamo educare davvero, dobbiamo avere il coraggio di chiederci che cosa rende quel modello così desiderabile, che cosa lo produce, che cosa lo alimenta e quale fragilità può nascondersi dietro la prevaricazione. Dobbiamo chiederci cosa facciamo noi.
Come coach ed educatrice, come donna, come mamma, me lo chiedo ogni giorno. E non posso arrendermi. Continuo a immaginare una società non violenta, equa, rispettosa e inclusiva, dove ogni voce ha valore e la creatività trova spazio; dove la leadership non è potere, ma capacità di ispirare e responsabilità; dove la libertà non è capriccio ma espressione piena di sé per il Bene comune; dove la democrazia è partecipazione.
E dove la fragilità non è un difetto da correggere, ma un potenziale che, se riconosciuto e accompagnato, può diventare una nuova energia. Possiamo aiutare i ragazzi (aiutare noi stessi!) a riconoscere le parti sensibili e trasformarle in forza, senza che quella forza diventi dominio.
Come sapete, una parte del mio lavoro si svolge in Alicubi. E in Alicubi crediamo molto in questi valori. Ci sforziamo di coltivare il pensiero, offrendo uno spazio in cui allenare ogni tipo di intelligenza attraverso lo studio, la scrittura, il confronto e la creazione di contenuti. Non promettiamo ricette o soluzioni facili: al contrario, scegliamo di abbracciare la complessità, soprattutto quella della preadolescenza, con fiducia e responsabilità. Vogliamo educare i ragazzi a leggere il mondo, a costruirsi opinioni, a non farsi manipolare, ad argomentare senza urlare e, quando serve, a cambiare idea senza sentirsi meno forti. Proviamo a trasmettere quello in cui crediamo. Anche quando le cose si fanno scomode e difficili.
L’estate, con i ritmi meno dettati dalla scuola, con il desiderio spontaneo di natura, con la possibilità di incontrarsi e di giocare, è potenzialmente un tempo perfetto per la creatività, un tempo ricco in cui sentirsi crescere con gioia.
E in Alicubi, infatti, viviamo intensamente (anche) l’estate. Ai ragazzi proponiamo attività e laboratori sotto il titolo “No Kings” che, in origine, era il nome di un movimento nato negli Stati Uniti per difendere la democrazia partecipativa da un modello autoritario e fondato sul culto della personalità. Ma, al di là della politica, amiamo l’idea di una società “senza Re”, fondata sull’ascolto reciproco e sull’attenzione inclusiva, non sui comportamenti dispotici. Amiamo la collaborazione. Amiamo l’idea che l’obiettivo non sia “prendere il potere”, ma piuttosto prendere parola. Per questo insegniamo ai ragazzi a comunicare: podcast, video, scrittura, musica, immagini e grafica non sono semplici “lavoretti creativi” né strumenti per inseguire il mito dell’influencer. Sono modi per chiedersi: che cosa ho da dire? Perché lo voglio dire? A chi sto parlando? Che persona desidero diventare? L’obiettivo è allenare leader positivi: non piccoli re, non ragazzi che comandano o schiacciano, ma persone desiderose di aiutare chi è in difficoltà, creare alleanze e diventare riferimenti sani per la propria comunità.
Personalmente sento forte l’urgenza di educare ragazzi e ragazze capaci di una forza diversa, una forza che eserciti il pensiero e la parola, che non neghi il conflitto e non rifugga la responsabilità. Futuri adulti che intendano la cittadinanza attiva come corresponsabilità, ascolto, proposta e impegno. Futuri leader che puntino sull’empatia, sull’ascolto e sulla volontà di costruire insieme. Come diceva Martin Luther King: “Chiunque può essere grande… perché chiunque può servire”.
Sapete quanto mi è caro il concetto di “talento”: e credo fermamente che coltivare la creatività di ciascuno, riconoscerne l’unicità e il contributo irripetibile sia una parte essenziale di questa rivoluzione gentile, che garantisca una società più giusta per tutti, perché riconosce la diversità di ciascuno. Una realtà in cui, al prossimo che dice “Ho visto un Re…”, possiamo dire col sorriso “Ah beh, sì beh… povero Re…”: pensa, noi scegliamo l’Amore.